domenica 7 febbraio 2010

Eterno (o quasi) Ritorno

Ho aperto questo blog tre anni fa e non l'ho mai utilizzato.
Questo perché mi faceva fatica scrivere, soprattutto pensando che mai nessuno avrebbe letto alcunché di ciò che viene pubblicato qui.
Ma ora sento di aver BISOGNO di tenere un blog e ne ho anche capito il senso: è un Diario.
Una raccolta disordinata di pensieri, riflessioni, racconti, testi di canzoni e quant'altro...
Ho seriamente bisogno di un diario virtuale e quindi credo sia giunto il momento di iniziare a scrivere (o fare copia incolla di vecchi racconti o testi altrui...).
Ho già pubblicato un mio testo, ET PLURIBUS UNUM, una sorta di delirio in prosa vagamente "poetica" (parola grossa) di chiaro stampo nietzscheano... Ora col prossimo delirio ho preferito evitare l'eccessivo plagio e cercare qualcosa di più personale.
Ecco a Voi (ammesso che qualcuno legga tutto ciò)

NERO

Inchiostro di seppia avvolge i miei pensieri ed essi risuonano nella cattedrale del mio Inconscio, e tentano di distruggere il loro silenzio e il suo tempio di luna e altare, con vestali danzanti dalle candide carni. Prendono forma di suono, bestie grottesche che bramano lacerare l’atro velo che le disorienta con unghie e denti e abnorme voracità, banchettando poi sui rimasugli del mio Io.
Mastini imbrattati di sterco, che mostrano le zanne, il respiro vaporoso fuoriesce dalle loro narici, il manto di pece, frenesia omicida negli occhi e nel cuore e il loro fallo è adamantino e rigonfio di sangue e seme.
Bestie che spargono petali di rosa e rugiada sui talami di concubine che profumano di sogno.
Velenosi incensi che carezzano con la grazia di una foglia di pesco e lentamente stordiscono.
Ancestrali necropoli gettatesi nella voragine dell’oblio per ripresentarsi agli uomini dopo cieli di sangue.
Nebbia che sfiora arcani monoliti e altari rivestiti di rune e lordate di cremisi vino.
Paesaggi di carne, liquidi vischiosi e odori forti.
Ceneri di morte.
Falene che proferiscono sentenze.
Congiure, uomini ammantati dall’oscurità, cappe e lame, daghe che spargono vermiglie essenze sulle freddi lapidi del progresso, bagliori nella notte, fiamme foriere di rivolta, fallimenti e figli tagliati dalle Parche.
Mostri informi di delirio, con melmose voci cariche di bile e disprezzo, che anelano allo stupro, al delitto, al veleno e alla rapina, le loro nere braccia innalzate verso cieli allucinatori, in perenne adorazione di un Lucifero traboccante di istinti di morte, auto indulgente e mai sazio di atrocità.
La Ragione, con foga tirannica, verga la schiene di questi aberrazioni e le grava con pesi sempre maggiori.
Ma le fiere dal corpo onirico non cessano mai di avanzare, e conquistano un po’ di spazio alla volta, in una guerra di nervi, e si nascondono in trincee pervase dai miasmi della morte e dagli afrori della fornicazione.
Sulla loro strada innalzano titanici Ziggurat sinaptici e sui loro gradoni cola il sangue della quiete, dolciastro vapore.
E appagate le loro divinità iraconde dal cervello d’infante con olocausti, urlano, le loro grida si innalzano e si mescolano in un coro carico di suppliche ed esaltazione, e demandano altro sangue, altro dolore.
E intanto desiderano liberarsi dai loro gioghi, evadere dall’invisibile carcere che le rende schiave, correre fuori gesticolando in preda alla follia e agli istinti, lasciandosi dietro una scia di crimini e sermoni distorti e rantolanti.
E ormai temo sia troppo tardi.

Nero.

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