mercoledì 10 febbraio 2010

LA PASSEGGIATA

Metto piede fuori dall’ingresso e una calura insolita per la stagione mi investe come un getto d’acqua scaturito da un idrante. Una sensazione strana s’insinua in me, accompagnata da una punta di paura. Le mie orecchie vengono saturate dal rumore della strada. Il traffico, il chiacchiericcio delle persone, della musica elettronica diffusa da chissà dove. I miei occhi si spostano rapidi nel tentativo di fissarsi su un dettaglio ma il mio sguardo saetta da un punto all’altro della strada, come calamitato dagli spostamenti della folla. Una forte vertigine s’impossessa di me e mi pare di entrare in uno stato di trance, dove tutto si fa sfumato e confuso. Pochi momenti dopo (ma potrebbero essere passate anche alcune ore, difficile dirlo) mi ritrovo in una piazza e non ho la minima idea di come ci sia arrivato. E’ un luogo familiare, anzi lo conosco bene. O meglio lo dovrei conoscere. Un dubbio tormentoso mi assale. E’ come se non riconoscessi niente. Tutto sembra avvolto in una nebbia scaturita dai miei stessi occhi. Ogni cosa, ogni singolo oggetto, pare appartenere a qualche memoria distante e mi pare di rammentarmi tali cose come quando ci si ricorda di aver sognato chissà che, qualche notte addietro. Le persone mi passano accanto senza far caso alla mia presenza, talvolta sfiorandomi, e mi rendo conto di trovarmi nell’occhio del ciclone, tra le acque di un fiume in piena fatto di corpi in movimento. La claustrofobia mi assale e la sensazione che serpeggiava in me nel momento in cui sono uscito da casa aumenta ancor di più, fin quasi a farmi perdere il controllo. I passanti sembrano stringersi sempre più intorno a me, la massa di arti sempre più densa, più ostile e ogni secondo che passa sento che l’ossigeno viene a mancare, lentamente e inesorabilmente, come in una tortura cinese. Vedo il paesaggio intorno a me ruotare frenetico. Le insegne al neon dei negozi paiono lucciole in volo. I rumori del luogo si fanno sempre più intensi e fastidiosi e le mie orecchie prendono a fischiare dolorosamente, mentre il calore che mi opprime s’intensifica fin a che non mi pare quasi di bruciare. Di tanto in tanto cerco di scovare una via d’uscita, un varco tra la folla. Dovrei farmi strada spintonando, picchiando e mordendo chi mi ostacola, per poi fermarmi in luogo tranquillo per riprendere fiato, ma non riesco a concentrarmi e la folla sembra non finire più, perdendosi a vista d’occhio. Sento di essere sul punto di svenire, anzi ne sono certo, perché la mia vista si annerisce, come su un velo fosse calato sui miei occhi. Le gambe perdono forza, i muscoli paiono sciogliersi e mi preparo a cadere al suolo, privo di sensi.
Invece accade qualcosa.
Improvvisamente una scarica di adrenalina investe il mio corpo prossimo al collasso. Le mie gambe acquistano forza e il battito cardiaco rallenta leggermente, rimanendo però molto intenso. Con mio stupore la vista non solo si rischiara, ma tutto intorno a me si fa più vivido. Qualcosa pare sollevarsi dal mio cuore e mi guardo attorno con aria stralunata. Le persone sembrano muoversi più lente ora e riesco a scorgere bene i loro volti. Ogni singola espressione, ogni gesto, viene catturato dai miei occhi come con una macchina fotografica. Scorgo sui loro volti un’espressione triste carica di un senso di oppressione. Oppure una sorta di rancore, di diffidenza che sfiora il paranoico. I sorrisi, se ci sono, sembrano mascherare ben altro. Con una calma dettata dallo stupore, mi guardo attorno. Vedo i negozi che circondano la piazza come un plotone di soldati. I neon. Gli schermi televisivi che trasmettono dalle vetrine dei negozi. Un pensiero mi attraversa il cervello rapido. Un presentimento. Un segnale. Prendo a camminare e passo accanto alle persone osservandole come si può osservare uno strano animale. La paura che prima mi assaliva è svanita, rimpiazzata da qualcos’altro. I pensieri cominciano ad affollarmi la testa, dapprima rapidi e confusi. Poi sempre più vividi. Una nuova consapevolezza si fa strada dentro di me. I miei passi si fanno più rapidi e le mi lascio dietro strade e pizze affollate. Poi giungo a un incrocio. La consapevolezza cresce. Istintivamente, senza pensarci su, svolto a destra. Ad ogni passo ogni cosa sembra assumere una luce diversa, nuova.
Ora vedo tutto.
Le insegne luminose, le televisioni, il traffico nelle strade le luci dei semafori, la musica. Le tette di una pornostar esposte nel retro di un’edicola. Riesco a visualizzare la spirale ipnotica che avvolge tutto. Ogni singola pulsazione ritmica dei neon, ogni suono che scaturisce dalle televisioni stordisce, ci porta a pensare ad agire come automi. Spendi/Consuma Spendi/Consuma Spendi/Consuma. 1010101010. Un letale codice binario che vampirizza, risucchia le energie. Ogni singola movenza dei conduttori TV, ogni notizia di Gossip, ogni sorriso del politico di turno, la disposizione dei cartelloni pubblicitari le geometrie dei luoghi: tutto calcolato nel dettaglio. Niente è lasciato al caso, quando si tratta del gigantesco ingranaggio che adesso riesco a visualizzare. Milioni di messaggi viaggiano intorno a noi nell’etere, per poi scaturire dai tubi catodici sotto forma di seduzioni virtuali. I luoghi antichi, le chiese, i vecchi palazzi, fanno da sfondo allo sfavillante e coraggioso mondo nuovo. La passione di Cristo trasformata in uno spot della Nike, la Gioconda sorride maliziosa con una lattina di Coca-Cola gelata tra le mani. Le persone vagano come mandrie di bufali, abbindolati dal concerto audio-visivo. Spengono il cervello, come suggerisce una canzone pop facile facile diffusa da una radio di un negozio che inneggia alla spensieratezza ed esorta a “non pensare”. No, mi sbaglio. E’ una canzone d’amore, cantata in un inglese incerto. Eppure non l’ascolto veramente. Nessuno la ascolta. I tre accordi messi in fila coprono i tuoi pensieri già atrofizzati e ti ritrovi a vagare per strada senza renderti veramente conto di ciò che fai. Tutti quanti sono impegnati a vestire alla moda, a distinguersi, a svettare sopra gli altri per il solo gusto di dire: “Guardatemi.”
Cigni vanitosi, figli del nulla, uomini duri, donne provocanti, in cerca dei 15 minuti di fama promessi da Andy Warhol. Tutti pronti a correre per raggiungere la vetta, per essere ammirati. Tutti a cercare di costruirsi una vita perfetta: una casa perfetta, una moglie perfetta, figli perfetti. Tutti impegnati a girare il videoclip della propria vita. Attori che non recitano nessuna parte. La loro individualità è una prostituta che si concede a tutti, perché condividono gli stessi desideri di ogni uomo: incarnarsi in una rockstar, in un divo, in un opinionista o in un calciatore. Soldi e telecamere puntate su di te. Il sogno americano su scala mondiale, che travolge tutto come una bomba a idrogeno.
Cammino e mi ritrovo a fissare volti di persone appartenenti al mondo dello spettacolo. Un cantante, che svetta come un titano su un cartellone, pubblicizza un completo Armani. Un comico sorridente incita a una filantropia spensierata. La moda e la solidarietà si confondono. Aiuta i bambini dell’Africa. Dona un euro per sconfiggere il cancro. Adotta un cucciolo di delfino. Gli stessi bambini dell’Africa martoriata dall’avidità delle nazioni più potenti e di dittatori finanziati dalle multinazionali o dai servizi segreti di chissà dove. Gli stessi cancri provocati dall’inquinamento delle macchine o delle industrie. Gli stessi delfini uccisi dalle petroliere rovesciate in mare o da cacciatori di frodo pronti a vendere al miglior offerente. Siamo il male e pretendiamo anche di essere la cura. La dea dell’ipocrisia siede su un trono di finto oro e le sue vesti candide nascondono una tuta in latex. Una legione di feticisti è pronta a leccarle le dita dei piedi, soddisfatti di potersi crogiolare nella loro ignavia.
Entro in un bar, un po’ stanco ed assetato. Vado al banco e chiedo un bicchier d’acqua. Mentre bevo osservo una televisione accesa. Un politico parla ad una folla. Dietro a lui il simbolo del partito. Inneggia all’odio. All’intolleranza. Sembrerebbe tutto anacronistico, appartenente ad un passato lontano e oscuro, un’anomalia. Invece è tutto reale. Il suo volto è coperto di trucco, la sua immagine impeccabile, le sue movenze perfette. La folla urla in segno di approvazione, sventola bandiere. E’ tutto reale.
Le masse stanno sostituendo l’uomo. Eserciti di formiche che mandano avanti il formicaio, abbindolate dalle promesse dei loro leader, sopraffatte dalla potenza del simbolo: aquile, svastiche, pugni, stelle e strisce. Non importa. Loro obbediscono senza neanche saperlo. Gli impulsi subliminali strisciano furtivi nei loro cervelli. I simboli plasmano l’uomo e la sua coscienza. Sono ovunque. E prima che tu possa fare qualcosa ti ritrovi fili attaccati su tutto il corpo. E la tua testa annuisce. Così parlò il burattinaio.
Distolgo gli occhi dallo schermo. Faccio per pagare e la barista, una ragazza giovane molto bella, dai capelli corvini e gli occhi verdi, mi sorride imbarazzata. Ma il suo non è un sorriso di cortesia. E’ un sorriso pieno di sofferenza. Che dice: “Aiutami.”. Ricambio il sorriso.
“Mi dispiace ma non ti posso aiutare.”
Non so se l’ho detto ad alta voce o se era solo un pensiero, ma sembra aver colto il messaggio, perché il suo volto si fa scuro e triste. Esco dal bar e mi sento solo in mezzo a migliaia di estranei. Come la barista, lo so.
Perché è questo quello che vogliono. Imporci il comando, inebetirci, costringerci a combattere l’uno contro l’altro, a odiare il vicino. Ci riempiono di falsi sogni. Ci vogliono dividere e ci radunano nelle chiese, nelle moschee e nelle sinagoghe per farci credere che il nostro Dio sia migliore dell’altro.

Ma Dio è Uno.
Egli è il principio basilare che sta in tutte le cose, l’energia che muove gli animi e l’arte. E’ il creatore e la creatura. Quell’unica, immensa creatura chiamata Universo. E noi siamo parti di quell’organismo. Non ci rendiamo conto che le nostre singole coscienze sono un frammento della Coscienza Cosmica. Siamo troppo occupati ad affermarci, a combatterci l’un l’altro, che non arriviamo a capire. L’umanità è una. Una. Ed è proprio questo che ci tengono nascosto: l’unità, la voce dell’Uomo.
Dentro di me accade qualcosa. La mia testa satura di pensieri pare sul punto di esplodere. Poi tutto cessa. Dentro di me il silenzio.
E’ tutto immobile.
La città è muta. Di fronte a me un gruppo di amici: vedo le loro bocche aperte, i loro sorrisi, una gamba protesa in avanti e l’altra indietro. Ma non si muovono. Un piccione è fermo a mezz’aria, con le ali piegate, e una piuma se ne sta sospesa poco sotto. Una macchina è ferma e dentro c’è un uomo con tiene un cellulare in una mano e il volante nell’altra. Il semaforo all’angolo è verde, ma nessuno si muove.
Una porta, nascosta chissà dove, nei recessi più profondi della mia anima, si apre.
La varco.
Il cielo è coperto da nubi nere e l’aria è satura di qualcosa. Sembra neve. Un fiocco si deposita sulla mia mano. Ma non è bianco, è rosso. Sangue. Dal cielo piove sangue.
Di fronte a me una fila di persone enorme che si perde all’orizzonte. E mentre cerco la fine della fila la vedo. Vedo la piramide.

Un’enorme piramide svetta sulla città. Sulla sua sommità un occhio circondato da un alone di luce. Alcuni lampi saettano attorno ad essa. Poi un suono fortissimo. Sembrerebbe un tuono ma non lo è. Piuttosto… Un coro di voci. Voci metalliche e fredde. E so chi stanno chiamando. Tutte quelle persone in fila. Stanno chiamando me.
“Ki-En-Gir” intonano “Ki-En-Gir”
Il coro inumano mi attira verso la piramide, e ad ogni parola pronunciata mi sento sempre più vuoto.
L’Occhio mi sta fissando. La sua luce è abbagliante. Terribile. Maestosa.
Senza volerlo mi ritrovo ad unirmi alla fila. Una massa di uomini, donne e bambini di tutte le razze e religioni. Tutti intenti ad osservare la sommità della Piramide. Tutti osservati dall’Occhio. La fila avanza e io non riesco a fare altro che avanzare con essa.
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Ad ogni passo sento di essere sempre più attratto dal Suo sguardo.
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Ormai posso vedere la base dell’edificio. E’ immenso e ha tredici gradoni, altissimi, ciclopici.
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Sulla base una scritta: ACNOS. L’Occhio, spalancato, continua ad osservarmi e io mi ritrovo a fissare la sua pupilla del colore dell’ossidiana. E’ la pupilla di un serpente.
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Sto per raggiungere la piramide, ma qualcosa distoglie la mia attenzione da essa. Una strada piccola e immersa nel buio si snoda su un lato dell’enorme viale che stiamo percorrendo..
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
L’Occhio mi osserva ancor più intensamente. Scava nella mia anima e entra dentro di me. Si arrivo…
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Di nuovo osservo quella strada. Quella strada…
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Le mie gambe, senza un perché, mi conducono fuori dalla fila. Verso il sentiero.
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Ormai riesco a vedere l’Occhio anche senza voltarmi verso di esso. E’ impresso dentro di me. Devo tornare…
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Ma non riesco a controllarmi. Cammino sempre più rapidamente e adesso le voci mi esortano a tornare. Urlano.
“KI-EN-GIR! KI-EN-GIR! KI-EN-GIR!”
Ormai sento di non potermi più controllare. Cammino. Poi corro. E in breve sono immerso nell’oscurità…
Le voci ora sono lontane, distanti. Mi ritrovo da solo e sto brancolando nel buio. Ho freddo e la paura s’impossessa di me. Non so dove sono e ancora le voci mi chiedono di tornare ma… Non posso. Proseguo a vagare tra le ombre ma improvvisamente mi fermo. Un peso mi opprime. Sono solo e terrorizzato. Mi accascio al suolo e le lacrime sgorgano dai miei occhi e s’infrangono sul lastricato. Sono solo. Solo. Sento che tutto ha perso senso. Che ormai non ha più importanza. Niente. Devo tornare indietro. Posso farlo.
Sento qualcosa. Uno scricchiolio. Un respiro. Mi volto, terrorizzato. E mi ritrovo paralizzato.
La folla che prima era dietro alla piramide ora mi si para davanti. E osservo i loro volti.
Vedo una donna. Si direbbe asiatica, molto giovane. Mi osserva ed è confusa ma guardandola negli occhi scorgo una determinazione ferrea. Poi un bambino biondo che mi osserva incredulo. Un uomo castano, vestito da impiegato, con la barba rasata male, che piange. Di gioia. Un uomo molto anziano, sui novanta, con sua moglie appresso, che si guardano attorno un po’ spaesati. Un gruppo di ragazzi punk che annuiscono. Una coppia africana, sulla trentina, entrambi bellissimi, dai volti fieri. Un ragazzo vestito con una giacca militare e una kefia. Accanto a lui un gruppo di skinhead, con una spilla forma di svastica sul giubbotto di pelle, che osservano il vicino confusi. Non so quanti sono, migliaia, forse milioni. Mi osservano. E qualcosa brilla nei loro occhi. Mi volto senza dire una parola e proseguo nel cammino. Tutti mi seguono. Verso il buio. Verso…
Mi innalzo. Esco dal mio corpo e la città si fa sempre più piccola. Adesso vedo i continenti. Oltrepasso l’atmosfera. Il buio e la terra.
Di fronte a me ruotano i pianeti del sistema solare e prima che me ne accorga tutto quanto è un puntino luminoso in una spirale immensa. La spirale si allontana e un numero interminabile di galassie brillano luminose, mentre altre si spengono lentamente. Una stella sta esplodendo e il cielo nero si tinge di colori indescrivibili. Mi innalzo. Sempre di più.



Vedo… Tutto.




“Tutto bene?”. Una voce lontana.
Apro gli occhi e vedo una figura sfocata di fronte a me. Un uomo.
Sono sdraiato sull’asfalto e sento che mi manca il respiro.
“Signore si sente bene?” la voce è più chiara adesso.
Metto a fuoco l’immagine. E’ un uomo sulla trentina, capelli castani, la barba rasata male. Si direbbe un impiegato. Lo guardo dritto negli occhi. Sono pensierosi, spaventati. Tristi.
“Signore adesso chiamo un’ambulanza. Non si preoccupi.”
Respirando a fatica, tento di parlare.
“Non…”
“Stia calmo.” La sua voce è preoccupata.
“Non… Non importa.”
Mi guarda con un’aria confusa.
“Non importa, davvero. Sto bene.” Gli dico, ritrovando la forza per alzarmi.
“Ne è sicuro? Va tutto bene.”
“Si va tutto bene.” mi appoggio alla sua spalla.
“Vuole… Vuole bere? Ecco ho dell’acqua.”
“No, ti ringrazio. Sto bene.”
“Oh meno male…” dice sbuffando. Ma si vede che è molto confuso. “Pensavo fosse… Oh Dio. Ma cos’è… cos’è successo?”
“Non lo so. Forse sono svenuto.”
“Senta se ha bisogno di qualcosa…”
“No davvero, sono a posto.”
“Ok.”
“Se vuoi ti offro un caffè.” Sorrido e mi sento stranamente calmo.
“Ah…” mi sorride, stupito dalla mia offerta ed è imbarazzato e grato “Beh… Io… La ringrazio ma devo andare a lavoro. Grazie lo stesso.”
“Arrivederci allora.”
Il ragazzo si allontana, ma continua ad osservarmi, senza voltarsi.
“Arrivederci…” mi saluta con un cenno della mano “Stia attento.”
Annuisco e lui si volta e prosegue per la sua strada. Anch’io mi volto e torno indietro. Ripercorro la strada verso casa, senza far caso a ciò che mi circonda. Una folata di vento freddo m’investe e abbottono il cappotto sino al collo e incrocio le braccia per proteggermi dal gelo. Passo varie vie e piazze e me lascio alle spalle, senza mai voltarmi.
Mi ritrovo davanti all’ingresso di casa. Cerco le chiavi. Non riesco a trovarle. Suono al campanello.
“Chi è?”
“Sono io, apri.”
Un fruscio metallico e la serratura scatta. Apro la porta e salgo le scale. Trovo la porta aperta e metto piede in casa.
“Ciao tesoro…” mi dice la mia ragazza. “Dov’eri finito?”
Se ne sta in piedi con una bottiglia di birra in mano, vestita con una maglietta a maniche corte e una tuta, i piedi nudi che toccano il pavimento di legno.
“Oh… io…” non riesco a trovare le parole.
“Tutto bene?”
“Si… Si si…”
“Dov’eri?”
“Oh, ho fatto una passeggiata. Mi sono trattenuto. Sono… stanco, ecco tutto.”
Mi guarda e mi sorride.
“Ok… Senti vuoi andare un po’ di là?” indica la camera con un cenno del capo, ammiccando.
“Ah… Io ecco… Non te la prendere, ma mi sento veramente stanco. Scusami.”
Mi sorride.
“Oh non ti preoccupare. Ti riscatterai stasera. Và a riposarti.”
“Va bene piccola. Scusami davvero.”
La bacio sulle labbra e mi avviò verso la camera da letto.
Mi siedo sul materasso a una piazza e mezzo, sbuffando.
Di fronte a me, appollaiato sulla sedia, il mio gatto. Mi osserva con occhi assonnati mentre fa le fusa.
“Hey…” lo osservo.
I suoi occhi verdi si spalancano. E c’è riflesso qualcosa, ma non è la mia immagine. Guardo meglio.
E poi scoppio a piangere.

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