lunedì 8 febbraio 2010

LILY

“Ti amerò per sempre Adam…”
Pronunciasti queste parole. Uscirono proprio dalle tue labbra, Lily. Non me le sono immaginate, almeno credo… Però è anche vero che ho la schizofrenia. Me l’hai causata tu.
Mi ricordo quando t’incontrai. Era inverno, c’era neve ovunque e il lago del parco era ghiacciato. Stavo suonando “Il mattino” di Grieg al violino e tu ti eri fermata a sentire. Sorridevi ed eri l’unica persona che si era degnata di fermarsi per sentire quello che avevo da dire con la musica. Penso di essermi innamorato all’istante. La tua pelle nera aveva un odore molto forte, quasi pungente, inebriante e i tuoi occhi supplichevoli si spalancavano ogni volta che l’archetto sfiorava una corda.
Abbiamo fatto l’amore la notte stessa. E nel momento stesso in cui urlasti di piacere, con l’orgasmo che ti attraversava tutta come un dardo di fuoco, io sapevo che mi avresti cambiato la vita. Ma non potevo immaginare come.
Avevamo chiuso gli occhi entrambi, per un attimo, e abbiamo iniziato a sognare.
Comprammo la casa in campagna, un vecchio rudere che un tempo era stato una fattoria. La ristrutturammo, la riempimmo di quadri. Ti piaceva l’arte Dada, ricordi? Avevamo tutto: luce, gas, acqua. Avevamo un orto e la mattina mi svegliavo per dare acqua alle piante, poi quando ce n’era bisogno uscivo a caccia con Max. Te lo ricordi Max? Una bestia imponente, un rottweiler nato per la caccia ma era un cane molto buono ed affettuoso. Ti adorava.
Non so bene come sia successo, spesso ci penso ancora. Ma quella mattina mi voltai verso il cespuglio e mi partì un colpo, non so neanche come, e trovai Max che guaiva in una pozza di sangue. Pensi che mi abbia fatto piacere spaccargli la testa col badile? Lo seppellii con le mie mani, nel bosco dietro casa. Mi odiavi già immagino. E mi odiasti ancora di più quando un qualche animale riesumò il suo corpo e ce lo ritrovammo mezzo decomposto sulla porta di casa.
Io sognavo ancora, però, e tu avevi deciso di fare lo stesso per accontentarmi, anche se il tuo disprezzo per me cresceva di giorno in giorno.
Continuammo a fare la nostra vita. E la cosa cominciò a stancarti immagino. E’ per questo che ti chiesi se volevi un figlio. Lo facevo per te, ma tu dicevi sempre che era solo egoismo e che a te non ci pensavo, che volevo imporre la mia volontà su di te. Avrei dovuto farlo per davvero. Costringerti a generare il mio discendente. Forse saresti rimasta con me.
E invece te ne sei andata appena hai conosciuto Lou, quel misero fotografo da quattro soldi.
Beh prima di andartene te lo sei scopato e sei venuta a dirmelo, cercando di assumere un’aria trionfante. Penso di averti odiato, in quel momento, come mai ho odiato qualcuno in vita mia. Stavo per prendere un coltello… Anzi quel coltello lo afferrai quando tu ti eri già voltata e ti stavi avviando verso l’ingresso. Mi ero avvicinato a te e il profumo dalla tua pelle mi riempì le narici, mentre la lama era puntata dritta al tuo costato. Non te ne sei nemmeno accorta. Hai aperto la porta e te ne sei andata senza mai guardare indietro e io sono rimasto lì col coltello in mano come uno scemo.
Ma ora ricordo che una lacrima, una singola lacrima, solcò la tua guancia quel giorno.
E ora come va Lily?
Com’è andata la vita dopo che ti sei scopato un paio di volte il fotografo?
Beh ho visto che di strada ne hai fatta poi. Sei apparsa su diverse riviste di moda, poi ti sei fatta sbattere da qualche regista immagino, perché sei finita sul piccolo schermo. Ti ho rivista lì, sulla TV, più bella che mai, mentre sorridevi a un pessimo attore. E poi un giorno, mentre aspettavo il turno dal parrucchiere, butto l’occhio su una rivista di gossip. Ti eri scopata anche lui. Sei finita ad Hollywood e sei diventata una puttana dello spettacolo, una dea-concubina con tutti i riflettori puntati su di te, il sogno di ogni uomo. Ti sei fatta in quattro per il denaro e il successo.
Ho smesso di seguire le tue gesta, a un certo punto. Più precisamente quando mi sono risposato con Eveline. Era stato mio padre a presentarmela, dicendomi che era una brava ragazza. Mi piaceva e accettai la cosa. Non avevo molta forza per oppormi in ogni caso. La casa in campagna l’ho venduta perché lei lavorava in città e ci siamo trasferiti in un cesso d’appartamento. Mi sono imbottito di farmaci su farmaci, dopo che i medici mi avevano diagnosticato una depressione cronica, ipocondria e bipolarità. Eveline entrava e usciva di casa come fosse un albergo e la sua vita con me sembrava una pausa dal lavoro, che preferiva di gran lunga. Sono diventato anche padre. Due maschietti, molto belli. A quel punto non avevo molte prospettive e la mia vita era un susseguirsi di farmaci e pannolini, il tutto tenuto su dai soldi di Eveline e dal mio sussidio per la disoccupazione. Tutto proseguiva liscio, spaventosamente liscio, ma tu hai pensato bene di cambiarmi la vita, di nuovo.
Ricordo di aver acceso la TV e di aver visto il tuo volto: era dimagrita paurosamente e le tue labbra erano maciullate. Al telegiornale parlavano di un fotografo che ti ha sedotta e si è fottuto tutto il tuo denaro col gioco d’azzardo, prima di tirare le cuoia in un incidente, riempiendoti di debiti. E bravo Lou… Ciò che ti aveva creato ha infine deciso di distruggerti.
Inutile dire che ti ho cercata, invano. Eri rientrata prepotentemente nella mia testa. Non ne uscivi più. Avevo sommerso il tuo ricordo con la spazzatura quotidiana ed è riemerso come un tappo di sughero gigante, mandando all’aria il resto. Ormai ti vedevo ovunque. Ti vedevo. Avevo le allucinazioni. Aumentai le dosi di farmaci ma ogni tanto le allucinazioni si ripresentavano. Una volta mi trovai a parlare con te, pensa un pò, ed Eveline andò su tutte le furie. Diceva che non poteva andare avanti così, che i bambini non potevano crescere con un padre pazzo e squattrinato, che mi avrebbe lasciato se non avessi fatto qualcosa a riguardo. Finì col mettere in atto la sua minaccia nell’istante in cui mentre facevamo sesso la chiamai Lily. Mi sono ritrovato a vivere in un monolocale, pagato sottobanco. Ho bruciato il violino. Quel violino che ti ha sedotta.
Eccoti di nuovo Lily. Di nuovo sulla TV. Ti sei meritata l’ultima apparizione con una pallottola in testa. Bel modo di uscire di scena. Mostrano le immagini della tua casa e io osservo tutto, ma non so neanche se sia vero o solo l’ennesima finzione, l’ennesimo sogno, l’ennesima bugia.
Anche nel revolver che ho in mano c’è una pallottola. Voglio tentare, vediamo come và…

Uno. Click. Due. Click. Tre. Click. Quattro. Click.

Cinque. Click.

Il mio dito sfiora il grilletto. Premo o non premo?
Ho dato un nome alla pallottola., sai…




Si chiama Lily.

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