sabato 20 febbraio 2010

LA CRISI

Nota: ho scirtto questo post ieri, ma ho potuto pubblicarlo solo stamattina, quindi ci sono discrepanze temporali.

Rieccomi qua.
E’ passato un po’ di tempo dall’ultimo post e finora ho riempito questo blog di miei racconti.
Oggi ho deciso di scrivere su me stesso, evento quanto mai raro.
Questo perché sto vivendo una crisi. Non parlo di una crisi finanziaria. Per quella è ancora presto e francamente non ci voglio pensare (parlo per me, purtroppo molti lavoratori già la soffrono). Parlo di una crisi interiore. Di quella cantata da Morgan ne “La Crisi” dei Bluvertigo.
Mi accingo dunque a parlare di ciò, mentre nelle cuffie risuonano i Celtic Frost con l’album Monotheist, le chitarre urlano rabbia, la batteria incessantemente detta il ritmo, la voce parla di oscurità e religione, poi improvvisamente attaccano con “A dying God coming into Human Flesh” e il tutto assume un tono e un’atmosfera ben diversa, lenta e riflessiva seppur resti piena di bile. Bel disco.
Perché dunque scrivere qualcosa su di me? Perché non continuare con i racconti?
Beh, prima di tutto devo variare sennò divento monotono. Secondo perché ho bisogno di esternare ciò che altrimenti resta dentro di me. Ho bisogno di tirar fuori tutto, affinché non mi faccia marcire.
Come ho già detto sto vivendo una crisi.
Una crisi che dura più o meno da quando mi sono lasciato con la mia ragazza, circa un mese fa. Tuttavia tale rottura non è il motivo di questo malessere, anche se forse l’ha scatenato. La separazione è stata decisa da entrambi ed è stata quantomeno pacifica, oltre che giusta, ma sento la sua mancanza e non è facile da digerire.
Innanzitutto, al fine di chiarire le cose, dovrei spiegare perché ci siamo lasciati. Lei non si sentiva presa dalla relazione e non voleva continuarla quando ancora era forte il ricordo della sua prima relazione seria con un ragazzo, dal quale si era separato per via dei genitori di lui. Io del resto la sentivo un po’ lontana e provavo anche la necessità di avere nuove esperienze, più leggere, avventure o relazioni basate sul sesso, al fine di capire meglio le mie esigenze in materia ed evitare coinvolgimenti emotivi, almeno per un po’. Potessi tornare indietro non cambierei niente né mi opporrei a tale decisione.
Proprio da tale proposito, quello di vivere nuove avventure, parte la mia crisi.
La mia difficoltà a comunicare con l’altro sesso mi ha portato a dubitare fortemente di me.
Non perché non capisca le donne o le odi, anzi, ma mi riesce spesso difficile approcciarmi.
Ho tentato di prendere la situazione in mano (niente doppi sensi, eh) e mi sono fatto coraggio. Ho iniziato a parlare con ragazze sconosciute e sono riuscito in più occasioni a chiederle il numero di telefono. Tuttavia mi sono ritrovato ad agire e parlare impulsivamente e quindi sono riuscito a rovinare diverse occasioni propizie.
Ho iniziato quindi a riflettere e mi sono reso conto di avere una certa difficoltà a comunicare più in generale. Spesso non riesco a farmi capire e sembra che ci sia un muro tra me e gli altri. Mi ritenevo diverso in passato ma mi rendo conto solo adesso che non lo sono affatto, poiché siamo tutti diversi, per quanto molti tentino di uniformarsi. Non sono diverso, né pazzo, né superiore. Sono solo incapace di comunicare. Prima non era così, forse solo un po’, ora non riesco più a stabilire un legame.
Mi guardo allo specchio e noto cose che prima notavo poco o per niente.
Mi ritrovo ad avere frequenti sbalzi d’umore. Un momento sono felice, il momento dopo triste. Altre volte sono arrabbiato o apatico.
Mi ritrovo spesso a rispondere male o in modo stupido. Cerco di incolpare gli altri per le mie mancanze poi mi rendo conto dell’errore e mi abbatto ancor di più.
Mi sembra di stare su un carosello che gira frenetico e non riesco a fermarlo.
Le cose paiono perdere senso, spesso. Cerco salvezza nella musica e nella filosofia ma molte volte non riescono a distrarmi a sufficienza. Cerco motivi e motivazione ma di fronte a me sorgono solo domande e risposte sbrigative, quando ci sono.
A porla così sembra depressione. Forse, ma non credo.
Credo sia una fase di transizione, un passaggio. Ho ventun’anni e mi sto avvicinando all’età adulta. Potrebbe benissimo essere una versione “light” della crisi di mezz’età.
E’ anche vero che tutto è transitorio, vita compresa. Non credo nella morte giacché trovo sia un concetto errato (non mi addentro ulteriormente in tale tesi perché voglio evitare di parlare di filosofia adesso, anche perché sono le una), ma è anche vero che a un certo punto la vita che abbiamo ora finisce e poiché non so cosa accada dopo l’ultimo battito cardiaco preferisco parlare di morte e transitorietà dell’esistenza.
Carpe Diem, diceva il caro Orazio.
Eppure non riesco a cogliere l’attimo e ho paura.
Ho paura della solitudine, paura dell’apatia, il peggior sentimento esistente, paura di non riuscire a combinare niente di buono. Perché? Non lo so…
Forse perché adesso, proprio adesso, mi sento solo. Non sono veramente solo, ma ho una disperata voglia di sesso e dell’affetto di una donna, per quanto temporaneo. Ho voglia di avere amici intimi, con cui confidarmi e di cui fidarmi, ma le mie amicizie sono per lo più superficiali o poco approfondite.
Forse perché mi sento apatico. Non sono apatico, provo delle emozioni, ma mi sembra spesso di vedere le cose da lontano, di osservare il mondo da una lente distorta e fuori fuoco.
Forse perché non sto combinando niente di buono. Eppure studio filosofia all’Università (con un primo esame andato a buon fine nonostante la difficoltà), canto in un gruppo rock con discreti risultati e ho degli amici e delle persone che mi vogliono bene ma ciò non toglie che tema un fallimento, sia per quanto riguarda gli studi che per la musica.
Cerco appigli e non li trovo. Mi sembra a volte di affogare.
Forse dovrei smetterla di preoccuparmi e vivere ma anche quando la prendo con filosofia (tanto per utilizzare la battuta più pronunciata in Facoltà) i problemi affiorano dal nulla, come serpenti maligni che non rispondono alla mia volontà.
Forse domani cambierà tutto. Forse mi ritroverò tra le braccia di una bella ragazza e lei mi darà amore ed io farò uguale, anche se solo per una notte... mi manca il sapore delle labbra delle donne. La sensazione del contatto tra corpi nudi e caldi.
Ma ho paura che non ci sarà un domani, ho paura che la crisi non finisca mai e divenga una certezza.
Poi mi guardo indietro e rivedo e rivivo per un attimo tutti i bei momenti. E anche nella paura riesco a sorridere. Un sorriso debole, fragile come il vetro, che rischia di morire, ma quel sorriso c’è.
Un giorno, chissà, la crisi finirà ed io vivrò di nuovo in modo pieno, con tutti gli alti e i bassi, ignorando l’eventuale, anzi certo, ritorno di una nuova crisi.
Quello che devo fare è smettere di sperare o avere paura e attendere. Prima o poi la crisi finisce, in un modo o nell’altro. Basta che non sia solo quando questo accadrà. Intanto il mio pensiero va alla mia ex ragazza. Anche lei vive frequenti crisi. Penso a lei, bellissima, meravigliosa, dentro e fuori, pur con i suoi difetti, e so di amarla ancora, nel senso più lato del termine. Spero solo che anche lei riesca a superare le sue crisi e che anche lei sia insieme a qualcuno. Per te, C., un grande bacio e un abbraccio. Su di me conta sempre.
Il disco dei Celtic Frost è quasi giunto al termine e miei dormono nella stanza accanto. Il buio è rischiarato dalla luce del Mac (carà M. è un Mac, purtroppo… XD) e comincio a essere stanco.
Passo e chiudo.

N.

mercoledì 10 febbraio 2010

LA PASSEGGIATA

Metto piede fuori dall’ingresso e una calura insolita per la stagione mi investe come un getto d’acqua scaturito da un idrante. Una sensazione strana s’insinua in me, accompagnata da una punta di paura. Le mie orecchie vengono saturate dal rumore della strada. Il traffico, il chiacchiericcio delle persone, della musica elettronica diffusa da chissà dove. I miei occhi si spostano rapidi nel tentativo di fissarsi su un dettaglio ma il mio sguardo saetta da un punto all’altro della strada, come calamitato dagli spostamenti della folla. Una forte vertigine s’impossessa di me e mi pare di entrare in uno stato di trance, dove tutto si fa sfumato e confuso. Pochi momenti dopo (ma potrebbero essere passate anche alcune ore, difficile dirlo) mi ritrovo in una piazza e non ho la minima idea di come ci sia arrivato. E’ un luogo familiare, anzi lo conosco bene. O meglio lo dovrei conoscere. Un dubbio tormentoso mi assale. E’ come se non riconoscessi niente. Tutto sembra avvolto in una nebbia scaturita dai miei stessi occhi. Ogni cosa, ogni singolo oggetto, pare appartenere a qualche memoria distante e mi pare di rammentarmi tali cose come quando ci si ricorda di aver sognato chissà che, qualche notte addietro. Le persone mi passano accanto senza far caso alla mia presenza, talvolta sfiorandomi, e mi rendo conto di trovarmi nell’occhio del ciclone, tra le acque di un fiume in piena fatto di corpi in movimento. La claustrofobia mi assale e la sensazione che serpeggiava in me nel momento in cui sono uscito da casa aumenta ancor di più, fin quasi a farmi perdere il controllo. I passanti sembrano stringersi sempre più intorno a me, la massa di arti sempre più densa, più ostile e ogni secondo che passa sento che l’ossigeno viene a mancare, lentamente e inesorabilmente, come in una tortura cinese. Vedo il paesaggio intorno a me ruotare frenetico. Le insegne al neon dei negozi paiono lucciole in volo. I rumori del luogo si fanno sempre più intensi e fastidiosi e le mie orecchie prendono a fischiare dolorosamente, mentre il calore che mi opprime s’intensifica fin a che non mi pare quasi di bruciare. Di tanto in tanto cerco di scovare una via d’uscita, un varco tra la folla. Dovrei farmi strada spintonando, picchiando e mordendo chi mi ostacola, per poi fermarmi in luogo tranquillo per riprendere fiato, ma non riesco a concentrarmi e la folla sembra non finire più, perdendosi a vista d’occhio. Sento di essere sul punto di svenire, anzi ne sono certo, perché la mia vista si annerisce, come su un velo fosse calato sui miei occhi. Le gambe perdono forza, i muscoli paiono sciogliersi e mi preparo a cadere al suolo, privo di sensi.
Invece accade qualcosa.
Improvvisamente una scarica di adrenalina investe il mio corpo prossimo al collasso. Le mie gambe acquistano forza e il battito cardiaco rallenta leggermente, rimanendo però molto intenso. Con mio stupore la vista non solo si rischiara, ma tutto intorno a me si fa più vivido. Qualcosa pare sollevarsi dal mio cuore e mi guardo attorno con aria stralunata. Le persone sembrano muoversi più lente ora e riesco a scorgere bene i loro volti. Ogni singola espressione, ogni gesto, viene catturato dai miei occhi come con una macchina fotografica. Scorgo sui loro volti un’espressione triste carica di un senso di oppressione. Oppure una sorta di rancore, di diffidenza che sfiora il paranoico. I sorrisi, se ci sono, sembrano mascherare ben altro. Con una calma dettata dallo stupore, mi guardo attorno. Vedo i negozi che circondano la piazza come un plotone di soldati. I neon. Gli schermi televisivi che trasmettono dalle vetrine dei negozi. Un pensiero mi attraversa il cervello rapido. Un presentimento. Un segnale. Prendo a camminare e passo accanto alle persone osservandole come si può osservare uno strano animale. La paura che prima mi assaliva è svanita, rimpiazzata da qualcos’altro. I pensieri cominciano ad affollarmi la testa, dapprima rapidi e confusi. Poi sempre più vividi. Una nuova consapevolezza si fa strada dentro di me. I miei passi si fanno più rapidi e le mi lascio dietro strade e pizze affollate. Poi giungo a un incrocio. La consapevolezza cresce. Istintivamente, senza pensarci su, svolto a destra. Ad ogni passo ogni cosa sembra assumere una luce diversa, nuova.
Ora vedo tutto.
Le insegne luminose, le televisioni, il traffico nelle strade le luci dei semafori, la musica. Le tette di una pornostar esposte nel retro di un’edicola. Riesco a visualizzare la spirale ipnotica che avvolge tutto. Ogni singola pulsazione ritmica dei neon, ogni suono che scaturisce dalle televisioni stordisce, ci porta a pensare ad agire come automi. Spendi/Consuma Spendi/Consuma Spendi/Consuma. 1010101010. Un letale codice binario che vampirizza, risucchia le energie. Ogni singola movenza dei conduttori TV, ogni notizia di Gossip, ogni sorriso del politico di turno, la disposizione dei cartelloni pubblicitari le geometrie dei luoghi: tutto calcolato nel dettaglio. Niente è lasciato al caso, quando si tratta del gigantesco ingranaggio che adesso riesco a visualizzare. Milioni di messaggi viaggiano intorno a noi nell’etere, per poi scaturire dai tubi catodici sotto forma di seduzioni virtuali. I luoghi antichi, le chiese, i vecchi palazzi, fanno da sfondo allo sfavillante e coraggioso mondo nuovo. La passione di Cristo trasformata in uno spot della Nike, la Gioconda sorride maliziosa con una lattina di Coca-Cola gelata tra le mani. Le persone vagano come mandrie di bufali, abbindolati dal concerto audio-visivo. Spengono il cervello, come suggerisce una canzone pop facile facile diffusa da una radio di un negozio che inneggia alla spensieratezza ed esorta a “non pensare”. No, mi sbaglio. E’ una canzone d’amore, cantata in un inglese incerto. Eppure non l’ascolto veramente. Nessuno la ascolta. I tre accordi messi in fila coprono i tuoi pensieri già atrofizzati e ti ritrovi a vagare per strada senza renderti veramente conto di ciò che fai. Tutti quanti sono impegnati a vestire alla moda, a distinguersi, a svettare sopra gli altri per il solo gusto di dire: “Guardatemi.”
Cigni vanitosi, figli del nulla, uomini duri, donne provocanti, in cerca dei 15 minuti di fama promessi da Andy Warhol. Tutti pronti a correre per raggiungere la vetta, per essere ammirati. Tutti a cercare di costruirsi una vita perfetta: una casa perfetta, una moglie perfetta, figli perfetti. Tutti impegnati a girare il videoclip della propria vita. Attori che non recitano nessuna parte. La loro individualità è una prostituta che si concede a tutti, perché condividono gli stessi desideri di ogni uomo: incarnarsi in una rockstar, in un divo, in un opinionista o in un calciatore. Soldi e telecamere puntate su di te. Il sogno americano su scala mondiale, che travolge tutto come una bomba a idrogeno.
Cammino e mi ritrovo a fissare volti di persone appartenenti al mondo dello spettacolo. Un cantante, che svetta come un titano su un cartellone, pubblicizza un completo Armani. Un comico sorridente incita a una filantropia spensierata. La moda e la solidarietà si confondono. Aiuta i bambini dell’Africa. Dona un euro per sconfiggere il cancro. Adotta un cucciolo di delfino. Gli stessi bambini dell’Africa martoriata dall’avidità delle nazioni più potenti e di dittatori finanziati dalle multinazionali o dai servizi segreti di chissà dove. Gli stessi cancri provocati dall’inquinamento delle macchine o delle industrie. Gli stessi delfini uccisi dalle petroliere rovesciate in mare o da cacciatori di frodo pronti a vendere al miglior offerente. Siamo il male e pretendiamo anche di essere la cura. La dea dell’ipocrisia siede su un trono di finto oro e le sue vesti candide nascondono una tuta in latex. Una legione di feticisti è pronta a leccarle le dita dei piedi, soddisfatti di potersi crogiolare nella loro ignavia.
Entro in un bar, un po’ stanco ed assetato. Vado al banco e chiedo un bicchier d’acqua. Mentre bevo osservo una televisione accesa. Un politico parla ad una folla. Dietro a lui il simbolo del partito. Inneggia all’odio. All’intolleranza. Sembrerebbe tutto anacronistico, appartenente ad un passato lontano e oscuro, un’anomalia. Invece è tutto reale. Il suo volto è coperto di trucco, la sua immagine impeccabile, le sue movenze perfette. La folla urla in segno di approvazione, sventola bandiere. E’ tutto reale.
Le masse stanno sostituendo l’uomo. Eserciti di formiche che mandano avanti il formicaio, abbindolate dalle promesse dei loro leader, sopraffatte dalla potenza del simbolo: aquile, svastiche, pugni, stelle e strisce. Non importa. Loro obbediscono senza neanche saperlo. Gli impulsi subliminali strisciano furtivi nei loro cervelli. I simboli plasmano l’uomo e la sua coscienza. Sono ovunque. E prima che tu possa fare qualcosa ti ritrovi fili attaccati su tutto il corpo. E la tua testa annuisce. Così parlò il burattinaio.
Distolgo gli occhi dallo schermo. Faccio per pagare e la barista, una ragazza giovane molto bella, dai capelli corvini e gli occhi verdi, mi sorride imbarazzata. Ma il suo non è un sorriso di cortesia. E’ un sorriso pieno di sofferenza. Che dice: “Aiutami.”. Ricambio il sorriso.
“Mi dispiace ma non ti posso aiutare.”
Non so se l’ho detto ad alta voce o se era solo un pensiero, ma sembra aver colto il messaggio, perché il suo volto si fa scuro e triste. Esco dal bar e mi sento solo in mezzo a migliaia di estranei. Come la barista, lo so.
Perché è questo quello che vogliono. Imporci il comando, inebetirci, costringerci a combattere l’uno contro l’altro, a odiare il vicino. Ci riempiono di falsi sogni. Ci vogliono dividere e ci radunano nelle chiese, nelle moschee e nelle sinagoghe per farci credere che il nostro Dio sia migliore dell’altro.

Ma Dio è Uno.
Egli è il principio basilare che sta in tutte le cose, l’energia che muove gli animi e l’arte. E’ il creatore e la creatura. Quell’unica, immensa creatura chiamata Universo. E noi siamo parti di quell’organismo. Non ci rendiamo conto che le nostre singole coscienze sono un frammento della Coscienza Cosmica. Siamo troppo occupati ad affermarci, a combatterci l’un l’altro, che non arriviamo a capire. L’umanità è una. Una. Ed è proprio questo che ci tengono nascosto: l’unità, la voce dell’Uomo.
Dentro di me accade qualcosa. La mia testa satura di pensieri pare sul punto di esplodere. Poi tutto cessa. Dentro di me il silenzio.
E’ tutto immobile.
La città è muta. Di fronte a me un gruppo di amici: vedo le loro bocche aperte, i loro sorrisi, una gamba protesa in avanti e l’altra indietro. Ma non si muovono. Un piccione è fermo a mezz’aria, con le ali piegate, e una piuma se ne sta sospesa poco sotto. Una macchina è ferma e dentro c’è un uomo con tiene un cellulare in una mano e il volante nell’altra. Il semaforo all’angolo è verde, ma nessuno si muove.
Una porta, nascosta chissà dove, nei recessi più profondi della mia anima, si apre.
La varco.
Il cielo è coperto da nubi nere e l’aria è satura di qualcosa. Sembra neve. Un fiocco si deposita sulla mia mano. Ma non è bianco, è rosso. Sangue. Dal cielo piove sangue.
Di fronte a me una fila di persone enorme che si perde all’orizzonte. E mentre cerco la fine della fila la vedo. Vedo la piramide.

Un’enorme piramide svetta sulla città. Sulla sua sommità un occhio circondato da un alone di luce. Alcuni lampi saettano attorno ad essa. Poi un suono fortissimo. Sembrerebbe un tuono ma non lo è. Piuttosto… Un coro di voci. Voci metalliche e fredde. E so chi stanno chiamando. Tutte quelle persone in fila. Stanno chiamando me.
“Ki-En-Gir” intonano “Ki-En-Gir”
Il coro inumano mi attira verso la piramide, e ad ogni parola pronunciata mi sento sempre più vuoto.
L’Occhio mi sta fissando. La sua luce è abbagliante. Terribile. Maestosa.
Senza volerlo mi ritrovo ad unirmi alla fila. Una massa di uomini, donne e bambini di tutte le razze e religioni. Tutti intenti ad osservare la sommità della Piramide. Tutti osservati dall’Occhio. La fila avanza e io non riesco a fare altro che avanzare con essa.
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Ad ogni passo sento di essere sempre più attratto dal Suo sguardo.
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Ormai posso vedere la base dell’edificio. E’ immenso e ha tredici gradoni, altissimi, ciclopici.
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Sulla base una scritta: ACNOS. L’Occhio, spalancato, continua ad osservarmi e io mi ritrovo a fissare la sua pupilla del colore dell’ossidiana. E’ la pupilla di un serpente.
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Sto per raggiungere la piramide, ma qualcosa distoglie la mia attenzione da essa. Una strada piccola e immersa nel buio si snoda su un lato dell’enorme viale che stiamo percorrendo..
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
L’Occhio mi osserva ancor più intensamente. Scava nella mia anima e entra dentro di me. Si arrivo…
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Di nuovo osservo quella strada. Quella strada…
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Le mie gambe, senza un perché, mi conducono fuori dalla fila. Verso il sentiero.
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Ormai riesco a vedere l’Occhio anche senza voltarmi verso di esso. E’ impresso dentro di me. Devo tornare…
“Ki-En-Gir! Ki-En-Gir! Ki-En-Gir!”
Ma non riesco a controllarmi. Cammino sempre più rapidamente e adesso le voci mi esortano a tornare. Urlano.
“KI-EN-GIR! KI-EN-GIR! KI-EN-GIR!”
Ormai sento di non potermi più controllare. Cammino. Poi corro. E in breve sono immerso nell’oscurità…
Le voci ora sono lontane, distanti. Mi ritrovo da solo e sto brancolando nel buio. Ho freddo e la paura s’impossessa di me. Non so dove sono e ancora le voci mi chiedono di tornare ma… Non posso. Proseguo a vagare tra le ombre ma improvvisamente mi fermo. Un peso mi opprime. Sono solo e terrorizzato. Mi accascio al suolo e le lacrime sgorgano dai miei occhi e s’infrangono sul lastricato. Sono solo. Solo. Sento che tutto ha perso senso. Che ormai non ha più importanza. Niente. Devo tornare indietro. Posso farlo.
Sento qualcosa. Uno scricchiolio. Un respiro. Mi volto, terrorizzato. E mi ritrovo paralizzato.
La folla che prima era dietro alla piramide ora mi si para davanti. E osservo i loro volti.
Vedo una donna. Si direbbe asiatica, molto giovane. Mi osserva ed è confusa ma guardandola negli occhi scorgo una determinazione ferrea. Poi un bambino biondo che mi osserva incredulo. Un uomo castano, vestito da impiegato, con la barba rasata male, che piange. Di gioia. Un uomo molto anziano, sui novanta, con sua moglie appresso, che si guardano attorno un po’ spaesati. Un gruppo di ragazzi punk che annuiscono. Una coppia africana, sulla trentina, entrambi bellissimi, dai volti fieri. Un ragazzo vestito con una giacca militare e una kefia. Accanto a lui un gruppo di skinhead, con una spilla forma di svastica sul giubbotto di pelle, che osservano il vicino confusi. Non so quanti sono, migliaia, forse milioni. Mi osservano. E qualcosa brilla nei loro occhi. Mi volto senza dire una parola e proseguo nel cammino. Tutti mi seguono. Verso il buio. Verso…
Mi innalzo. Esco dal mio corpo e la città si fa sempre più piccola. Adesso vedo i continenti. Oltrepasso l’atmosfera. Il buio e la terra.
Di fronte a me ruotano i pianeti del sistema solare e prima che me ne accorga tutto quanto è un puntino luminoso in una spirale immensa. La spirale si allontana e un numero interminabile di galassie brillano luminose, mentre altre si spengono lentamente. Una stella sta esplodendo e il cielo nero si tinge di colori indescrivibili. Mi innalzo. Sempre di più.



Vedo… Tutto.




“Tutto bene?”. Una voce lontana.
Apro gli occhi e vedo una figura sfocata di fronte a me. Un uomo.
Sono sdraiato sull’asfalto e sento che mi manca il respiro.
“Signore si sente bene?” la voce è più chiara adesso.
Metto a fuoco l’immagine. E’ un uomo sulla trentina, capelli castani, la barba rasata male. Si direbbe un impiegato. Lo guardo dritto negli occhi. Sono pensierosi, spaventati. Tristi.
“Signore adesso chiamo un’ambulanza. Non si preoccupi.”
Respirando a fatica, tento di parlare.
“Non…”
“Stia calmo.” La sua voce è preoccupata.
“Non… Non importa.”
Mi guarda con un’aria confusa.
“Non importa, davvero. Sto bene.” Gli dico, ritrovando la forza per alzarmi.
“Ne è sicuro? Va tutto bene.”
“Si va tutto bene.” mi appoggio alla sua spalla.
“Vuole… Vuole bere? Ecco ho dell’acqua.”
“No, ti ringrazio. Sto bene.”
“Oh meno male…” dice sbuffando. Ma si vede che è molto confuso. “Pensavo fosse… Oh Dio. Ma cos’è… cos’è successo?”
“Non lo so. Forse sono svenuto.”
“Senta se ha bisogno di qualcosa…”
“No davvero, sono a posto.”
“Ok.”
“Se vuoi ti offro un caffè.” Sorrido e mi sento stranamente calmo.
“Ah…” mi sorride, stupito dalla mia offerta ed è imbarazzato e grato “Beh… Io… La ringrazio ma devo andare a lavoro. Grazie lo stesso.”
“Arrivederci allora.”
Il ragazzo si allontana, ma continua ad osservarmi, senza voltarsi.
“Arrivederci…” mi saluta con un cenno della mano “Stia attento.”
Annuisco e lui si volta e prosegue per la sua strada. Anch’io mi volto e torno indietro. Ripercorro la strada verso casa, senza far caso a ciò che mi circonda. Una folata di vento freddo m’investe e abbottono il cappotto sino al collo e incrocio le braccia per proteggermi dal gelo. Passo varie vie e piazze e me lascio alle spalle, senza mai voltarmi.
Mi ritrovo davanti all’ingresso di casa. Cerco le chiavi. Non riesco a trovarle. Suono al campanello.
“Chi è?”
“Sono io, apri.”
Un fruscio metallico e la serratura scatta. Apro la porta e salgo le scale. Trovo la porta aperta e metto piede in casa.
“Ciao tesoro…” mi dice la mia ragazza. “Dov’eri finito?”
Se ne sta in piedi con una bottiglia di birra in mano, vestita con una maglietta a maniche corte e una tuta, i piedi nudi che toccano il pavimento di legno.
“Oh… io…” non riesco a trovare le parole.
“Tutto bene?”
“Si… Si si…”
“Dov’eri?”
“Oh, ho fatto una passeggiata. Mi sono trattenuto. Sono… stanco, ecco tutto.”
Mi guarda e mi sorride.
“Ok… Senti vuoi andare un po’ di là?” indica la camera con un cenno del capo, ammiccando.
“Ah… Io ecco… Non te la prendere, ma mi sento veramente stanco. Scusami.”
Mi sorride.
“Oh non ti preoccupare. Ti riscatterai stasera. Và a riposarti.”
“Va bene piccola. Scusami davvero.”
La bacio sulle labbra e mi avviò verso la camera da letto.
Mi siedo sul materasso a una piazza e mezzo, sbuffando.
Di fronte a me, appollaiato sulla sedia, il mio gatto. Mi osserva con occhi assonnati mentre fa le fusa.
“Hey…” lo osservo.
I suoi occhi verdi si spalancano. E c’è riflesso qualcosa, ma non è la mia immagine. Guardo meglio.
E poi scoppio a piangere.

TI AMO

(Una storia d’amore a lieto fine)

Precisazione: per quanto vi siano molte riflessioni che mi hanno accompagnato nella vita, questa è una storia di FINZIONE e non è un riferimento a nessuno in particolare.


E’ finita.
Vorrei poter dire di no, chiamare a mia difesa Gesù Cristo in persona. Ma non credo che a Gesù gliene freghi molto.
Sai io ci credo in Dio. Credo nell’amore. Ho dei principi cazzo.
Ma qui in questa stanza ci sei tu, con il viso imbrattato dal mio sperma, il suo odore pungente ancora nell’aria, con addosso una maglietta grigia estremamente anonima, le ascelle chiazzate di sudore, i pantaloni della tuta abbassati assieme alle mutande per scoprire la tua fica ricoperta di peli neri e le tue gambe non depilate da giorni.
Non sei una donna da romanzo, no. Sei imperfetta, sgraziata. Sembri una vecchia bambola di pezza. Una bambolina sporcata dal mio seme. Ma sei bellissima, certo a tuo modo. E ti desidero ancora, ora più che mai, selvaggiamente.
Ma non posso, non possiamo, perché sarebbe inutile, peggio che combattere contro i fottutissimi mulini a vento e non mi sono mai persuaso di essere un nobile cavaliere come Don Chisciotte.
Potremmo ragionare per ore, parlare, piangere, litigare e poi scopare, ma sarebbe la millesima volta e io sono stanco.
Forse anche tu, ma mi guardi con occhi supplichevoli e la tua testardaggine è eccitante e fottutamente irritante.
E’ inutile. Lo sai bene anche tu.
E lo sai che ci credo nell’amore, lo sai. Quel genere d’amore che ti eleva, che ti catapulta verso l’infinito, che muove lo spirito verso Dio, un archetipo, anzi l’Archetipo. Le solite stronzate, insomma.
Ti amo ancora… Ma domani mi scoperò un’altra e le sussurrerò dolci parole e infine mi lascerò abbandonare all’estasi del momento. I nostri corpi nudi saranno una cosa sola.
Non credere, neanche per un istante penserò a te. No.
I miei occhi saranno troppo concentrati a contemplare labbra voluttuose e le mie mani a stringere le sue tette.
Forse, e dico forse, dopò piangerò. Anzi è probabile: ripeterò il solito vecchio, merdoso copione.
Non so neanche chi sarà. Potrebbe essere una mia amica o una tua amica. Magari una mia ex o una puttana.
Ma con le puttane non ci vado. Buffo, non trovi?
La notte in sogno ho scopato mia madre e una volta anche mio padre… Mi sono masturbato pensando a mia cugina e ho pure provato a baciarla, mascherando il tutto come una cosa innocente, infantile.
Ma con le puttane no. Mai.
Però come una puttana mi concederò alla prima lingua. Reciterò il copione: musica, scena di sesso, tendine di seta, fade out. Fine.
Non va mai come nei film.
E’ tutto sporco e non finisce col bacio. Va oltre e restano due corpi sudati e ansimanti, l’afrore del sesso, la sigaretta. Poi segue lo squallore. Lei che cerca i vestiti e te col coso floscio che la trattieni perché ne vuoi ancora. Ma è una stupida ossessione, un capriccio. Non serve a niente.
Non è un film: i film enfatizzano i singoli istanti, li catturano nell’eternità, rendono i baci magici, il sesso romantico, l’amore infinito e puro. Qui, nella realtà, il protagonista è mediocre, il sesso è selvaggio e mediocre anch’esso e la protagonista va al bagno per cagare. Poi ci sono i litigi. E i mal di testa. Vorrei l’amore. Vorrei che fosse il mio Dio.
Ma Dio è morto.
Piangerai vero? Io di sicuro e lo farò con sincerità. Perché ti ho fatto male… Ma anche questa è una stupida bugia. L’unica persona alla quale sto facendo del male, per davvero, è il sottoscritto.
Mi sto distruggendo, la mia anima macellata dalla mannaia della falsità e dell’ipocrisia.
Il mondo intorno a me si sta sfaldando, la realtà se ne va sgocciolando lentamente dal rubinetto dell’universo. Ormai non cerco neanche più di colmare il vuoto, amore mio. Ogni giorno è il seguito del precedente. Il mio romanzo pare non finire mai. Solo una serie infinita di pagine identiche tra loro.
Vivo nello sporco e la mia essenza è stata contaminata.
Sono ormai assuefatto alla perenne bugia che mi inietto ogni giorno, quella che mi dice di andare avanti, sperare, amare.
Ma io sono nato nella tomba bambina mia e non posso amare: le cose morte non amano.
Desidero cacciare questo pensiero dalla testa, poter dire che è non è stato tutto inutile… Io sono morto.
E’ tutto finito, addio.
“Che c’è amore?” mi chiedi, guardandomi perplessa.
Mi desto dai miei pensieri e il mio cuore viene gettato per l’ennesima volta in quel baratro…
“Niente… Io…” balbetto, e mi sembra di affogare.
Mi baci e ti odio, non devi.
“Ti amo…” mi sussurri dolcemente.
“Ti amo…” rispondo. Per me è finita…

lunedì 8 febbraio 2010

LILY

“Ti amerò per sempre Adam…”
Pronunciasti queste parole. Uscirono proprio dalle tue labbra, Lily. Non me le sono immaginate, almeno credo… Però è anche vero che ho la schizofrenia. Me l’hai causata tu.
Mi ricordo quando t’incontrai. Era inverno, c’era neve ovunque e il lago del parco era ghiacciato. Stavo suonando “Il mattino” di Grieg al violino e tu ti eri fermata a sentire. Sorridevi ed eri l’unica persona che si era degnata di fermarsi per sentire quello che avevo da dire con la musica. Penso di essermi innamorato all’istante. La tua pelle nera aveva un odore molto forte, quasi pungente, inebriante e i tuoi occhi supplichevoli si spalancavano ogni volta che l’archetto sfiorava una corda.
Abbiamo fatto l’amore la notte stessa. E nel momento stesso in cui urlasti di piacere, con l’orgasmo che ti attraversava tutta come un dardo di fuoco, io sapevo che mi avresti cambiato la vita. Ma non potevo immaginare come.
Avevamo chiuso gli occhi entrambi, per un attimo, e abbiamo iniziato a sognare.
Comprammo la casa in campagna, un vecchio rudere che un tempo era stato una fattoria. La ristrutturammo, la riempimmo di quadri. Ti piaceva l’arte Dada, ricordi? Avevamo tutto: luce, gas, acqua. Avevamo un orto e la mattina mi svegliavo per dare acqua alle piante, poi quando ce n’era bisogno uscivo a caccia con Max. Te lo ricordi Max? Una bestia imponente, un rottweiler nato per la caccia ma era un cane molto buono ed affettuoso. Ti adorava.
Non so bene come sia successo, spesso ci penso ancora. Ma quella mattina mi voltai verso il cespuglio e mi partì un colpo, non so neanche come, e trovai Max che guaiva in una pozza di sangue. Pensi che mi abbia fatto piacere spaccargli la testa col badile? Lo seppellii con le mie mani, nel bosco dietro casa. Mi odiavi già immagino. E mi odiasti ancora di più quando un qualche animale riesumò il suo corpo e ce lo ritrovammo mezzo decomposto sulla porta di casa.
Io sognavo ancora, però, e tu avevi deciso di fare lo stesso per accontentarmi, anche se il tuo disprezzo per me cresceva di giorno in giorno.
Continuammo a fare la nostra vita. E la cosa cominciò a stancarti immagino. E’ per questo che ti chiesi se volevi un figlio. Lo facevo per te, ma tu dicevi sempre che era solo egoismo e che a te non ci pensavo, che volevo imporre la mia volontà su di te. Avrei dovuto farlo per davvero. Costringerti a generare il mio discendente. Forse saresti rimasta con me.
E invece te ne sei andata appena hai conosciuto Lou, quel misero fotografo da quattro soldi.
Beh prima di andartene te lo sei scopato e sei venuta a dirmelo, cercando di assumere un’aria trionfante. Penso di averti odiato, in quel momento, come mai ho odiato qualcuno in vita mia. Stavo per prendere un coltello… Anzi quel coltello lo afferrai quando tu ti eri già voltata e ti stavi avviando verso l’ingresso. Mi ero avvicinato a te e il profumo dalla tua pelle mi riempì le narici, mentre la lama era puntata dritta al tuo costato. Non te ne sei nemmeno accorta. Hai aperto la porta e te ne sei andata senza mai guardare indietro e io sono rimasto lì col coltello in mano come uno scemo.
Ma ora ricordo che una lacrima, una singola lacrima, solcò la tua guancia quel giorno.
E ora come va Lily?
Com’è andata la vita dopo che ti sei scopato un paio di volte il fotografo?
Beh ho visto che di strada ne hai fatta poi. Sei apparsa su diverse riviste di moda, poi ti sei fatta sbattere da qualche regista immagino, perché sei finita sul piccolo schermo. Ti ho rivista lì, sulla TV, più bella che mai, mentre sorridevi a un pessimo attore. E poi un giorno, mentre aspettavo il turno dal parrucchiere, butto l’occhio su una rivista di gossip. Ti eri scopata anche lui. Sei finita ad Hollywood e sei diventata una puttana dello spettacolo, una dea-concubina con tutti i riflettori puntati su di te, il sogno di ogni uomo. Ti sei fatta in quattro per il denaro e il successo.
Ho smesso di seguire le tue gesta, a un certo punto. Più precisamente quando mi sono risposato con Eveline. Era stato mio padre a presentarmela, dicendomi che era una brava ragazza. Mi piaceva e accettai la cosa. Non avevo molta forza per oppormi in ogni caso. La casa in campagna l’ho venduta perché lei lavorava in città e ci siamo trasferiti in un cesso d’appartamento. Mi sono imbottito di farmaci su farmaci, dopo che i medici mi avevano diagnosticato una depressione cronica, ipocondria e bipolarità. Eveline entrava e usciva di casa come fosse un albergo e la sua vita con me sembrava una pausa dal lavoro, che preferiva di gran lunga. Sono diventato anche padre. Due maschietti, molto belli. A quel punto non avevo molte prospettive e la mia vita era un susseguirsi di farmaci e pannolini, il tutto tenuto su dai soldi di Eveline e dal mio sussidio per la disoccupazione. Tutto proseguiva liscio, spaventosamente liscio, ma tu hai pensato bene di cambiarmi la vita, di nuovo.
Ricordo di aver acceso la TV e di aver visto il tuo volto: era dimagrita paurosamente e le tue labbra erano maciullate. Al telegiornale parlavano di un fotografo che ti ha sedotta e si è fottuto tutto il tuo denaro col gioco d’azzardo, prima di tirare le cuoia in un incidente, riempiendoti di debiti. E bravo Lou… Ciò che ti aveva creato ha infine deciso di distruggerti.
Inutile dire che ti ho cercata, invano. Eri rientrata prepotentemente nella mia testa. Non ne uscivi più. Avevo sommerso il tuo ricordo con la spazzatura quotidiana ed è riemerso come un tappo di sughero gigante, mandando all’aria il resto. Ormai ti vedevo ovunque. Ti vedevo. Avevo le allucinazioni. Aumentai le dosi di farmaci ma ogni tanto le allucinazioni si ripresentavano. Una volta mi trovai a parlare con te, pensa un pò, ed Eveline andò su tutte le furie. Diceva che non poteva andare avanti così, che i bambini non potevano crescere con un padre pazzo e squattrinato, che mi avrebbe lasciato se non avessi fatto qualcosa a riguardo. Finì col mettere in atto la sua minaccia nell’istante in cui mentre facevamo sesso la chiamai Lily. Mi sono ritrovato a vivere in un monolocale, pagato sottobanco. Ho bruciato il violino. Quel violino che ti ha sedotta.
Eccoti di nuovo Lily. Di nuovo sulla TV. Ti sei meritata l’ultima apparizione con una pallottola in testa. Bel modo di uscire di scena. Mostrano le immagini della tua casa e io osservo tutto, ma non so neanche se sia vero o solo l’ennesima finzione, l’ennesimo sogno, l’ennesima bugia.
Anche nel revolver che ho in mano c’è una pallottola. Voglio tentare, vediamo come và…

Uno. Click. Due. Click. Tre. Click. Quattro. Click.

Cinque. Click.

Il mio dito sfiora il grilletto. Premo o non premo?
Ho dato un nome alla pallottola., sai…




Si chiama Lily.

domenica 7 febbraio 2010

Eterno (o quasi) Ritorno

Ho aperto questo blog tre anni fa e non l'ho mai utilizzato.
Questo perché mi faceva fatica scrivere, soprattutto pensando che mai nessuno avrebbe letto alcunché di ciò che viene pubblicato qui.
Ma ora sento di aver BISOGNO di tenere un blog e ne ho anche capito il senso: è un Diario.
Una raccolta disordinata di pensieri, riflessioni, racconti, testi di canzoni e quant'altro...
Ho seriamente bisogno di un diario virtuale e quindi credo sia giunto il momento di iniziare a scrivere (o fare copia incolla di vecchi racconti o testi altrui...).
Ho già pubblicato un mio testo, ET PLURIBUS UNUM, una sorta di delirio in prosa vagamente "poetica" (parola grossa) di chiaro stampo nietzscheano... Ora col prossimo delirio ho preferito evitare l'eccessivo plagio e cercare qualcosa di più personale.
Ecco a Voi (ammesso che qualcuno legga tutto ciò)

NERO

Inchiostro di seppia avvolge i miei pensieri ed essi risuonano nella cattedrale del mio Inconscio, e tentano di distruggere il loro silenzio e il suo tempio di luna e altare, con vestali danzanti dalle candide carni. Prendono forma di suono, bestie grottesche che bramano lacerare l’atro velo che le disorienta con unghie e denti e abnorme voracità, banchettando poi sui rimasugli del mio Io.
Mastini imbrattati di sterco, che mostrano le zanne, il respiro vaporoso fuoriesce dalle loro narici, il manto di pece, frenesia omicida negli occhi e nel cuore e il loro fallo è adamantino e rigonfio di sangue e seme.
Bestie che spargono petali di rosa e rugiada sui talami di concubine che profumano di sogno.
Velenosi incensi che carezzano con la grazia di una foglia di pesco e lentamente stordiscono.
Ancestrali necropoli gettatesi nella voragine dell’oblio per ripresentarsi agli uomini dopo cieli di sangue.
Nebbia che sfiora arcani monoliti e altari rivestiti di rune e lordate di cremisi vino.
Paesaggi di carne, liquidi vischiosi e odori forti.
Ceneri di morte.
Falene che proferiscono sentenze.
Congiure, uomini ammantati dall’oscurità, cappe e lame, daghe che spargono vermiglie essenze sulle freddi lapidi del progresso, bagliori nella notte, fiamme foriere di rivolta, fallimenti e figli tagliati dalle Parche.
Mostri informi di delirio, con melmose voci cariche di bile e disprezzo, che anelano allo stupro, al delitto, al veleno e alla rapina, le loro nere braccia innalzate verso cieli allucinatori, in perenne adorazione di un Lucifero traboccante di istinti di morte, auto indulgente e mai sazio di atrocità.
La Ragione, con foga tirannica, verga la schiene di questi aberrazioni e le grava con pesi sempre maggiori.
Ma le fiere dal corpo onirico non cessano mai di avanzare, e conquistano un po’ di spazio alla volta, in una guerra di nervi, e si nascondono in trincee pervase dai miasmi della morte e dagli afrori della fornicazione.
Sulla loro strada innalzano titanici Ziggurat sinaptici e sui loro gradoni cola il sangue della quiete, dolciastro vapore.
E appagate le loro divinità iraconde dal cervello d’infante con olocausti, urlano, le loro grida si innalzano e si mescolano in un coro carico di suppliche ed esaltazione, e demandano altro sangue, altro dolore.
E intanto desiderano liberarsi dai loro gioghi, evadere dall’invisibile carcere che le rende schiave, correre fuori gesticolando in preda alla follia e agli istinti, lasciandosi dietro una scia di crimini e sermoni distorti e rantolanti.
E ormai temo sia troppo tardi.

Nero.

ET PLURIBUS UNUM

Siamo divisi…

Vaghiamo, anime tormentate, spettri diurni, sotto lo sguardo vigile di titani di cemento, in cerca degli ossi da masticare, di bambole con cui giocare, traboccanti di lacrime e feci.
Branchi di parassiti ci inseguono e s’insinuano in noi, mordendo con voraci denti di veleno.

Ed aleggia su di noi l’Ecatombe, l’efficienza industriale votata allo sterminio. Macchine che fanno battere i loro cuori artificiali, che arrugginiscono e agonizzano. Vaghiamo divisi, ombre perdute su tele di Orrore… Sbiaditi manifesti ottenebranti deridono la nostra accidia, mentre venditori di oppio urlano i dettami del loro Dio…
Chi siamo noi se non fiere allo sbando, accecate dal lume del Cosmo? Cosa ci divide se non lo scisma dentro l’anima di ciascuno di noi?

Siamo bestie o esseri razionali?

Siamo parte dell’Uno o solo germi privi di importanza, semplici capri materializzati su questa Terra per il divertimento di una sadica e fanciullesca deità?

E vaghiamo divisi… Ombre sui muri, sagome di morte proiettate dall’energia atomica, corpi caduchi.
Lattine rotolano, seguendo fedeli la nostra miseria, mentre le istituzioni si burlano delle sciagure umane.
Ricchi ed opulenti suini seduti su poltrone sporche di sangue,sperma, filigrana e botulino.
Costantemente bombardati da voci e luci, divinità in disfacimento su troni di vuoto.
I loro sudditi piangono, e gli dei, con i loro occhi impastati di oro e merda, ridono vanitosi e ridicoli di fronte alle ghigliottine al neon.




Mastini compiacenti mordono per un tozzo di pane e la soddisfazione di aver affilato le loro zanne contro le ossa di un’incauta lepre, con le sue vestigia cromate, adornata di stendardi con abbondanza di colore e penuria d’ideali.

Negli angoli bui della civiltà, tra cornucopie e ghigni bestiali, il fucile rilascia rose di pallettoni e urla, mentre i ragli dell’Asino squarciano le candide pelli degli infanti.

E roditori morbosi accorrono sulla scena e fagocitano la rabbia, le lacrime e lo sdegno.

Tranci di carne, con ghigni laccati dal Radio, sorridono mostrando pellicce di fiere confezionate nei mattatoi della Civiltà, abbagliati da occhi a cristalli liquidi… E la Luce ottenebrerà le menti.

Luna calerai e Sole sorgerai… Alba di genio, alba di sangue…

Rosso sarà il Cerchio… O assumerà il colore delle stelle?

La volta celeste, schiena curva di Dio, coprirà le nostre comuni gioie e sofferenze… O verrà coperta dalla nostra stupidità?

Le erbe volteggeranno ancora nel vento primaverile?

Le Api coglieranno ancora il miele?

Moriranno i Fuchi, nelle piane assolate? O nutriremo ancora i Fuchi? A quando la condanna? A quando la Grande Distruzione?

Scheggiamo le nostri croci… Abbattiamo le nostre Chiese, vogliose di pecunia e menti vergini…

Possiamo sperare di essere Uno?





Distruggiamo la Timocrazia dei Serpenti… Chiediamo indietro la nostra dignità…

Possiamo sperare che la nostra vita sia la vita del moribondo accanto a noi, di tenergli la mano mentre il Buio dà la buonanotte al respiro?

Possiamo essere di nuovo il Cosmo?

O periremo nel tentativo?

ET PLURIBUS…